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lunedì 9 giugno 2014

In bocca al lupo Alessandra

Oggi la pronuncia della corte costituzionale riguardo lo sciogliemento automatico del matrimonio di Alessandra, donna transessuale che si è vista sciogliere automaticamente il matrimonio dopo il cambio anagrafico del sesso, come stabilito dalla legge 164/82:

La legge 164/82, per la cassazione, potrebbe essere incostituzionale perché in contrasto con gli articoli 2, 3, 10, 24, 29 e 117In caso la corte costituzionale desse ragione ad Alessandra significherebbe che Lo scioglimento del matrimonio sarebbe richiedibile dai soli coniugi e non più procedura automatica, come prescriverebbe anche l'articolo 8 del DDL405:


(Effetti della modifica del sesso sul matrimonio)

1. Il matrimonio contratto dalla persona prima del cambio del sesso non si scioglie automaticamente.

2. E’ facoltà dei coniugi richiedere lo scioglimento del matrimonio, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, numero 2, lettera g) della legge 1 dicembre 1970, n. 898 e successive modificazioni.
 

Si aggiungerebbe così l'ennesima sentenza che sottolinea quanto la legge 164/82 sia ormai anacronistica e lesiva della dignità e dei diritti delle persone trans*.


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domenica 8 giugno 2014

Gabrielle: ho firmato perché..

Sono nata a Milano ventisei anni fa. Un bambino, maschio. O così almeno sosteneva il dottore che mi visitò appena nata. Ma la mia non è una storia di disforia. Come mia madre mi racconta spesso, appena nata continuavo fissare ostinata quel pediatra che mi girava e rigirava per svolgere gli accertamenti di rito, tanto che, finita la visita, il dottore si lasciò sfuggire: “Devo farvi i miei auguri, signori, questo bambino darà filo da torcere”. E così è stato: la mia non è una storia di disforia, ma di libertà e di lotta, di dignità e amore, seppur attraverso il dolore. Sono stata amatissima dai miei genitori, sempre divisi, loro malgrado, tra il desiderio di lasciarmi libera di esprimermi e il peso del giudizio degli altri, che trovavano scandaloso avere un figlio che “faceva la femmina” e lasciarglielo pure fare. Con loro ho vissuto serena, sapendo che ero meritevole di affetto come chiunque altro, pur essendo diversa, e questo mi ha resa la persona decisa che sono oggi. Il loro amore mi ha salvata dall’odio di me, dal vedermi sbagliata, portatrice di una “malattia”, dal desiderio di autodistruzione – che tuttavia, quasi inevitabilmente, per me come per tant* di noi, sono arrivati.

La vera malattia l’ho conosciuta nella compulsione dei miei coetanei a umiliarmi, demonizzare la mia differenza con scherzi crudeli, botte, violenze psicologiche, e nella complicità indulgente di adulti ed educatori. Il confronto con il mondo esterno era un dramma costante, che mi aveva gradualmente emarginata, irreparabilmente convinta che, per “quelli come me”, non ci fosse posto a questo mondo. Il dolore mi aveva divisa da me stessa, incapace di trovare le parole per raccontare chi ero, come mi sentivo, percepivo una rottura dentro di me. Come era possibile che la mia famiglia mi avesse amata tanto, se non ero che un fallimento, meritevole solo di scherno e umiliazione?

Mi ci sono voluti venticinque anni per guardare indietro e scoprire con meraviglia che, in realtà, non vedo nessuna rottura, ma una irriducibile continuità nella mia esistenza, che mi è stata restituita dalla mia scelta di affermare la mia identità. Quando a cinque anni pensavo al mio futuro da adulta, vedevo su per giù quella che sono ora (magari un po’ più sorridente), non certo quello che gli altri pensavano che avrei dovuto essere. Grazie all’educazione libera e amorevole che ho avuto in famiglia, non ho mai pensato che essere nata con certi genitali riassumesse e preordinasse in qualunque modo quella lunga serie di aspettative e norme che invece la società, presto o tardi, impone su tutti noi. Aspettative su chi dovremmo essere, cosa dovremmo fare nella vita, quali i ruoli a noi concessi, il linguaggio e le forme di espressione giuste per noi. Del resto, che cosa hanno mai saputo gli altri di chi ero io, cosa sentivo e desideravo per me? Alla fine, pur tra le violenze, la sofferenza della negazione e la gioia della scoperta di me, ce l’ho fatta, ho vinto le forze che volevano distruggere la mia verità del mio essere, espropriarmi di me stessa per obbedire a dettami che non ho mai sentito miei.

E, quando si arriva qui, ci si rende conto di quanto sia spontaneo, in realtà, essere noi stessi, di quanto lotta e sofferenza risiedano tutte nel combattere contro un modo che non comprende e non accetta. Per questo mi chiedo, e chiedo a tutti, perché, dopo queste lotte e conquiste, uno Stato dovrebbe negarmi la possibilità di vivere la continuità della mia vita, senza dover forzatamente dare spiegazioni ogni qual volta mostro il mio documento di identità? Perché dovrei essere obbligata a giustificare, scusare quasi, la mia esistenza agli occhi degli altri, quando per me non c’è niente di più sincero e giusto di ciò che vivo quotidianamente? Perché la mia identità deve essere violata ogni volta che qualcuno legge, scrive, chiama a voce alta un nome che non è mio, mentre io mi vedo costretta ad assicurare che non c’è errore, non c’è inganno, e tentare, spesso invano, di ristabilire in chi ho di fronte una fiducia ormai sbriciolata dal pregiudizio? E, dall’altra parte, perché, per porre fine a tutto questo, dovrei essere costretta a subire interventi chirurgici di cui non sento l’esigenza, volti unicamente a cancellare la mia individualità e omologarla a un modello imperante binario, sessita e genderista? Sono stanca di vedere la mia esperienza, insieme a quella di tante altre persone come me, messa a tacere e stigmatizzata, oppure strumentalizzata per scopi che non hanno niente a che vedere con il riconoscimento e la dignità delle persone trans*.

Ricordando le parole di un’amica molto cara, una delle persone più brillanti che abbia avuto l’immenso dono di conoscere, mi sento di poter dire che sogno una società in cui ognuno di noi sia libero di scegliere chi vuole essere, come vuole esserlo, e le persone che vuole amare, senza dover rendere nessuna giustificazione per le proprie scelte. Questo per me è vivere dignitosamente. E per questo ho firmato la petizione, e ho chiesto ai miei cari e ai miei colleghi di farlo insieme a me.


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mercoledì 4 giugno 2014

DDL405 al Roma Pride


Oggi, Giovedi 5 Giugno, ore 18:30 Dibattito – La condizione Trans in Italia Oggi

Intervengono: Michela Angelini, attivista transgender collettivo intersexioni – Egon Botteghi, responsabile settore genitorialità trans Rete Genitori Rainbow – Cathy La Torre, vicepresidente MIT – Leila Daianis, Presidente Associazione Libellula – Kim Gutierrez, Lili – Servizio Trans Circolo Mario Mieli – Gloria Gramaglia, Presidente Associazione Libellula Sicilia – Antonia Monopoli, responsabile Sportello Trans Ala Milano Onlus – Gigliola Toniollo, CGIL Ufficio Nuovi Diritti Nazionale – Vittoria Schisano, attrice.


Durante il mio intervento parlerò dell'importanza del DDL405!

Venite in tanti!

Michela


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Conoscete variabili umane?




Che cos'è che distingue una femmina da un maschio? Tra l'essere uomo e l'essere donna c'è un ponte. E' insito in noi, ma ci hanno insegnato ad avere paura di varcarlo. 
Eppure... noi siamo per natura l'unione di maschile e femminile. Siamo esseri intersessuali.
VARIABILI UMANE (Scene d'ironico strazio, d'odio e d'amore di), primo prodotto di Atopos, è frutto di un incontro teatrale che coinvolge donne, uomini e persone transgender, cioé coloro che hanno affrontato o stanno affrontando una transizione verso il maschile, il femminile o un genere non definito. In scena parlano, danzano, cantano la propria diversità, il proprio sguardo sulla società, sugli altri, su di sé.
Solo storie vere. Straordinario e quotidiano si distorcono e si ribaltano, la normalità perde ogni significato, il dubbio si insinua: Chi sono io veramente? E ciò che sto guardando: sei tu o sono io?

progetto e regia di Marcela Serli
drammaturgia di Marcela Serli e Davide Tolu


Ho scovato su youtube una registrazione di Variabili Umane, che essendo un laboratorio cambia nel tempo, e ve la propongo sperando possiate presto vederlo dal vivo nella versione attuale. Variabili Umane parla di diversità e di uguaglianza, Variabili umane fa parlare le persone trans* di sé, senza intermediazione di giudici, medici, psicologi o esperti di genere. Variabili umane educa al rispetto degli altri, perché l'altro siamo noi.




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lunedì 2 giugno 2014

Regio decreto 773/1931


Nel 1971 non era raro vedere una citazione per travestitismo. La norma fascista, del 1931, è ancora oggi in vigore, anche se per fortuna raramente applicata.
 

Il DDL405 prevede la seguente modifica:
 
All’articolo 85 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«Non è punibile chi modifica, altera o camuffa il proprio aspetto esteriore durante il percorso medico, psicologico e legale al fine dell’attribuzione di un sesso diverso da quello indicato nell’atto di nascita».

Le persone transessuali non saranno più perseguibili da questa legge, ma che ne è di tutte le persone gender non conforming, travestiti e crossdresser?

Speriamo di poter affrontare questo punto presto, durante la discussione in commissione. Aspettando quel momento continuiamo a firmare:  http://goo.gl/BFjLxD

narrazioni

Questo blog, oltre che sostenere il DDL405 (info) vuole anche essere uno spazio per raccontarvi, perché dietro ogni transizione c'è una persona che spesso è zittita da "esperti" psicologi, medici, giuristi che parlano al suo posto. Pubblicizzo volentieri la richiesta della dott.ssa Papuli, che cerca persone trans* che vogliano narrarsi, senza intermediari, senza patologizzazioni, inquadramenti di legge e mediazioni. Vi invito quindi a rispondere alla seguente richiesta:






Vi ricordo che potete narrarvi anche sulle pagine di questo blog, mandando il vostro contributo audio o video a disegnodilegge405@gmail.com

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domenica 1 giugno 2014

«Io sono una ragazza come tante altre»

Vittoria Vitale ha 23 anni ed è nata maschio. Da quando ha avuto la possibilità di poter parlare ad alta voce porta avanti una battaglia personale, che non è solo sua ma di tutti coloro che cercano di affermare la propria identità, senza badare al sesso con il quale sono nati.
Vengono definiti con la sigla LGBT, cioè lesbiche, gay, bisessuali e transgender che combattono per formare una coscienza comune e rompere i pregiudizi che, anche sotto il velo della tolleranza moderna, continuano a dilagare anche oggi. Abbiamo incontrato Vittoria nel suo ambiente quotidiano, l’università, e ha subito iniziato a parlarci dei progetti che porta avanti ma, dal momento che usava termini che sentiamo spesso ma di cui non conoscevamo il significato preciso, abbiamo pensato di creare un piccolo vocabolario per chiarirci un po’ le idee.

  • Identità di genere: la percezione che ogni individuo ha di se stesso, il genere al quale si sente di appartenere; questo non è determinato necessariamente da fattori biologici e non riguarda l’orientamento sessuale.
  • Orientamento sessuale: indica l’attrazione emotiva e/o sessuale che un individuo prova per un altro, non è correlata al sesso biologico.
  • Sesso biologico: appartenenza biologica al sesso maschile o a quello femminile, determinata alla nascita.
  • Ruolo di genere: l’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti che la società si aspetta da uomini e donne in una determinata cultura e in un preciso periodo storico.
  • Transgender: termine coniato negli anni ’80 negli Stati Uniti da movimenti di protesta contro il genderismo, cioè contro coloro che sentivano il bisogno di categorizzare tutti gli individui in base all’appartenenza ad uno dei due generi classici.
Vittoria, a Catania, non è sola. Lei fa parte infatti dell’associazione universitaria Queer as Unict, che accoglie persone LGBT con due scopi principali: fornire sostegno ai membri rispettandone la privacy e sensibilizzare l’opinione comune catanese con iniziative informative su tematiche LGBT.
«Speriamo di poter inaugurare presto una collaborazione con le scuole per un progetto di educazione alla sessualità» - ci spiega Vittoria - «dal momento che è durante l’adolescenza che è più difficile tirar fuori la parte più vera di sè». Per quanto riguarda l’ambiente che ha trovato una volta approdata all’università, Vittoria è positiva: «Mi sono sentita subito meno additata, è stato facile trovare ragazzi con i quali confrontarsi e condividere le difficoltà di tutti i giorni».
La vita di tutti i giorni è il tasto dolente per Vittoria, che ha difficoltà in operazioni banali per il resto della gente, come mostrare il documento di riconoscimento ad un esame o quando paga con la carta di credito, momenti che diventano imbarazzanti per lei e per il suo interlocutore. «In Italia c’è troppa ignoranza sulle persone transessuali, io voglio distruggere il luogo comune secondo il quale trans è uguale a prostituta. Gli stereotipi fanno parte del nostro modo di pensare ma non devono diventare gabbie che ci impediscono di vedere la realtà», continua: «io sono una ragazza come tante altre e come tale voglio essere considerata e riconosciuta».
Il riconoscimento, secondo Vittoria, deve venire prima di tutto dallo Stato; è per questo che ha aderito alla petizione lanciata su Change.org da Michela Angelini per la modifica dell’attribuzione di sesso prodigandosi per tutto l’Ateneo catanese anche attraverso il volantinaggio.
Tentativi di modifica ci sono già stati in passato, ma senza i risultati sperati, e il mondo della politica è sordo alle richieste che vengono da tutta la penisola. La normativa vigente è decisamente vecchia, la legge 164 del 1982 sulla rettificazione di attribuzione di sesso prevede questa possibilità solo per i soggetti che abbiano cambiato sesso tramite procedura medico-chirurgica; «La procedura inoltre non è immediata, possono trascorrere anche cinque o sei anni per terminare le prassi burocratiche» - afferma Vittoria - «Chi pratica la riassegnazione chirurgica del sesso vede riconosciuto il suo nuovo status completamente, può sposarsi e adottare dei figli mentre chi decide, per motivi personali, di non sottoporsi all’operazione pur seguendo le cure ormonali del caso è costretto a vivere in questa sorta di limbo legale» e continua «dove la scelta di affrontare procedure chirurgiche rischiose diventa quasi obbligata se si vuole essere riconosciuti per quello che si è».
Vittoria è una studentessa universitaria e, per concludere, ci lascia infatti con una piccola chicca letteraria: «Sapevate che Hans Christian Andersen era gay? Secondo voi di cosa parlano storie come Il brutto anatroccolo o La sirenetta se non di persone che si sentono estranee al loro corpo?», individui (e cigni) che stanno stretti nelle loro “piume”, che sognano corpi diversi da quello con cui sono nati e che per farsi riconoscere nella loro unicità non smettono mai di lottare.

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