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venerdì 28 novembre 2014

Gloria e la multa per falsi nominativi

Valeria (qui il post) non è la sola ad essere stata condannata per aver comunicato il suo nome femminile ad un fermo di polizia.


Gloria ci racconta: "mi e' successa una cosa simile poco prima di transferirmi definitivamente in Inghilterra nel 1996. Ero in macchina con dei conoscenti, la polizia ci ha fermati, mi hanno chiesto come mi chiamavo, ho dato il mio nome al femminile, poi la polizia mi ha controllato la borsa e hanno trovato il mio documento. Era abbastanza imbarazzante perché le persone con cui stavo non sapevano che sono una trans. E' scattata la denuncia per ''falsi nominativi'', niente galera ma ho dovuto pagare una multa di 1 milione e mezzo di lire (quando c'era ancora l'euro). E' una vergogna ancora nel 2014 che le persone trans in Italia non riescono ancora a cambiare un pezzo di carta che crea tantissimi problemi su tutto".


Gloria ha pagato una multa salata per 
aver tentato di difendere la sua 
privacy e questo non è giusto


Ricordiamo che in Italia è ancora vigente il regio decreto 773 del 1931, che punisce chi altera o camuffa il proprio aspetto esteriore, reato di cui può ancora oggi essere imputata una persona transessuale.

La politica non può stare a guardare, occorre subito approvare il ddl405 o, quantomento, consentire alle persone transessuali di cambiare il proprio nome con uno coerente al proprio genere d'elezione facendo una deroga alla legge 396/2000, in attesa dei tempi legislativi. 

martedì 1 luglio 2014

Antonia al Milano Pride

Antonia Monopoli, al Milano Pride, legge un estratto del mio scritto per il Roma Pride "la condizione trans in Italia oggi"




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Transgender & Lavoro, Catania Pride 2014




PERCHÉ UN VIDEO?
Ho lanciato la proposta di fare un video sul lavoro per parlare di esperienze che tutte le persone transessuali vivono quotidianamente, perché è importante che le persone transessuali tornino soggetto del discorso e riprendano a parlare di sé, in un paese dove queste vengono quasi esclusivamente nominate come oggetto del lavoro altrui. Il percorso di transizione in Italia è estremamente rigido e fatto di tappe fisse difficilmente eludibili: oggi la persona transessuale è prima di tutto “utente”, che si rivolge a strutture convenzionate e psicologi e psichiatri per avviare il percorso di transizione. Poi diventa “assistito” di un qualche avvocato che dovrà accompagnarla a più udienze per le istanze di autorizzazione all'intervento chirurgico prima, di rettifica dei dati anagrafici poi. Infine è "paziente” di medici chirurghi ed endocrinologi non sempre sufficientemente competenti.
In Italia ci sono numerose associazioni che annoverano tra i loro membri avvocati, medici, psicologi e psichiatri, soggetti che parlano di quella persona oggetto del loro lavoro “il transessuale”, non raramente con cadute transfobiche. Le stesse persone, spesso, pretendono di aver voce in capitolo riguardo alle modifiche delle attuali norme e consuetudini che regolano il percorso di transizione o l'accesso al lavoro, anche se rari sono quei professionisti che conoscono le reali problematiche delle persone che stanno dietro al termine transessuale.
Quando c'è qualcuno che lavora c'è anche qualcuno che paga: si paga lo psicologo, il cui supporto psicologico, secondo le linee guida ONIG, deve essere precedente alla relazione che permette l'inizio della terapia ormonale e durare non meno di quattro - sei mesi. Essendo la sanità regionale, spesso ci si trova a dover pagare l'endocrinologo perché non in tutte le ASL il servizio è dispensato gratuitamente alle persone transessuali e allo stesso modo funziona per gli esami di controllo e per le terapie ormonali, in barba all'uguaglianza tra cittadini. Si pagano gli interventi chirurgici, pena liste d'attesa lunghe 4 o 5 anni. Si pagano anche avvocato e spese legali, a meno che non si possa accedere al gratuito patrocinio e si paga anche quel medico, chiamato a redigere una consulenza tecnica sul percorso di transizione su ordine del giudice (che potrebbe accontentarsi delle relazioni dei professionisti che seguono la transizione della persona interessata), che può costare anche migliaia di euro.
Intanto gli anni passano, i documenti non sono conformi al proprio aspetto, e si devono affrontare: esclusione, mobbing sul lavoro, licenziamenti, impossibilità di accedere al lavoro.

STATISTICHE E TUTELE
Non esistono statistiche che indichino con chiarezza quante sono le persone transessuali disoccupate in Italia, ma non dovremmo stupirci, del resto non esistono nemmeno studi ideati per sapere quante sono le persone trans* in Italia, anche se, indicativamente, vengono solitamente stimate tra le 30 e le 50 mila persone.

I dati più recenti riguardanti la condizione lavorativa delle persone transessuali nel nostro paese sono quelli della ricerca “io sono io lavoro”, pubblicata da arcigay nel 2011, che prende a campione la popolazione LGBT, dove la componente T è di appena 51 persone transessuali, che hanno risposto di aver subito discriminazioni sul posto di lavoro nel 45% dei casi e di aver perso il lavoro a seguito del coming out nel 25%. Di queste 51 persone transessuali non sappiamo nulla riguardo a che lavoro svolgevano, da quanto tempo, che età hanno o in che città risiedono. A seguito della ricerca è stato redatto un manuale per operatori e mediatori in ambito lavorativo che interagiscono con persone LGBT.
Un'altra indagine che si trova online è quella svolta dal Saifip di Roma sui pazienti che si sono riferiti alla struttura tra il 1992 e il 2012: circa il 10% era laureato, il 63% aveva un lavoro e il 10-17% studiava ancora. Il 22,5 era disoccupato. Molti, secondo i dati, vivevano in famiglia o con un partner. Non sappiamo i dati estrapolati dai Saifip a che periodo del percorso di transizione si riferiscano, ma probabilmente si tratta del momento della presa in carico, quindi pre-transizione, perché generalmente le strutture che si occupano di persone transessuali raccolgono i dati in quel momento.

Volendo dare uno sguardo alla situazione oltre confine, ed avendo potuto ascoltare la testimonianza diretta di una persona che si è trasferita a Londra, ho deciso di dare uno sguardo alla situazione inglese: Secondo il GIRES, Gender Identity Research and Education Society (2011) l'1% dei lavoratori britannici ha un qualche grado di varianza di genere e di questi lo 0,2% potrebbe avviare la transizione. Nel 2011, nel Regno Unito, sono stimate 7500 persone transgender e transessuali.
Nel 2006 l'associazione press for change, ha svolto uno studio dove sono state prese in considerazione 86000 email inviate all'associazione, 16000 post della mailing list inglese FtM, 872 risposte ad un questionario compilabile online da persone transessuali (rispetto al questionario di io sono io lavoro, è stato consultato un campione 17 volte maggiore per una popolazione 5 volte inferiore). Dai primi due sono stati estrapolati dati qualitativi, per capire chi è la popolazione transgender inglese, dal terzo dati statistici numerici. Dai dati raccolti, delle persone che hanno transizionato al lavoro, risulta che il 29% si è sentito offeso con commenti verbali (tra gli abusi verbali è stato considerato anche il solo chiamare per nome), dato che era al 38% secondo una stima di sei anni prima. Il 19% ha cambiato lavoro, l'8,5% non è stato promosso a causa della transizione, il 18% si è in qualche modo sentito escluso dal lavoro. Lo studio è critico verso le misure prese in difesa delle persone transessuali, perché dai dati giudicate non sufficienti.

In Italia è appena uscita la guida UNAR “diritti al lavoro”, che riporta i dati della sopracitata ricerca arcigay. Credo sia fuori luogo presentare la guida con “Lavoro, omosessuali e trans 'pagano' la crisi”, perché dobbiamo considerare che dal 2011 ad oggi l'inasprimento della crisi economica ha ragionevolmente aumentato il numero di disoccupati e che quando c'è crisi i lavoratori considerati “meno desiderabili”, e tra questi figurano sicuramente quell* transgender, sono i primi ad essere lasciati a casa. Che ne è dei dati sulla disoccupazione degli ultimi 3 anni?
Anche in questo caso, come per quella sopracitata del 2011, la guida è dedicata alla popolazione LGBT e non alla popolazione transessuale, anche se dai dati estrapolati dallo studio “io sono io lavoro” è chiaro che c'è un divario enorme di discriminazione tra la popolazione gay e quella transessuale, ma ad oggi c'è un'unica legge, il d.lgs. 216/2003, che vieta le discriminazione diretta o indiretta basate sulla religione, le convinzioni personali, l’handicap, l’età o l’orientamento sessuale, dove le persone transessuali, discriminate per l'identità di genere, dovrebbero essere comprese nelle discriminazioni per orientamento sessuale.

Nettamente migliore è la guida redatta da ALA Milano Onlus nel 2011, aggiornamento di una precedente del 2004 di Crisalide Azione Trans onlus, ideata sia per le persone transessuali che lavorano, sia per i datori di lavoro di queste. Qui si trovano informazioni mirate alle esigenze delle persone transessuali, come la possibilità di avere un identificativo interno all'azienda in cui compare il nome del genere scelto al posto di quello anagrafico, con una semplice autocertificazione che permetta al datore di lavoro di dimostrare che si tratta della stessa persona, sollevandolo così da qualsiasi accusa di falsificazione e permettendo di rispettare la privacy della persona trans che non ha ancora ottenuto il cambio anagrafico. La guida, che si chiama buone prassi, detta anche una serie di regole da seguire per il rispetto della persona trans, dall'uso dei pronomi corretti all'uso del corretto spogliatoio.
Volendo dare uno sguardo al panorama inglese, solo con una ricerca con google si trovano numerose guide al lavoro dedicate alle sole persone transessuali, esiste una legge a protezione dell'identità di genere ma, sopratutto, esistono precise prassi prestabilite, figure professionali correttamente formate e organi dedicati in caso una persona transgender venga discriminata.

CHI SONO LE PERSONE TRANSGENDER PER IL DATORE DI LAVORO?
Le persone transgender, e tra queste voglio includere anche persone maschio effeminate o persone femmine mascoline, eterosessuali o omosessuali, sono persone soggette a stigma perché attivano tutti i preconcetti e i pregiudizi in fatto di omosessualità e transessualità nella mente del datore di lavoro o di chi ci si trova davanti durante un colloquio. La gente non valuta orientamento sessuale o identità di genere, ma l'aderenza alle aspettative di genere, quanto la persona che si trovano davanti sia diversa dall'idea di uomo o donna che hanno, e che in genere è binaria e stereotipata, come stereotipata è l'idea di persona transessuale che hanno. All'atto del colloquio di lavoro una persona transessuale che non accende campanelli d'allarme nell'esaminatore sarà probabilmente meno discriminata di un uomo molto effeminato. Una donna transessuale che ha effettuato l'operazione genitale ma mantiene qualche carattere mascolino sarà comunque più identificabile, e quindi discriminabile, di una donna che non si è sottoposta ad interventi ma ha già un aspetto che non desta sospetti.

I datori di lavoro hanno un grande alleato che rende impossibile non dichiararsi transessuale durante o dopo un colloquio di lavoro: lo stato. Ad oggi non è possibile cambiare i documenti, o il solo nome, fino ad avvenuta modificazione dei caratteri sessuali, il che è interpretato dai giudici come avvenuta sterilizzazione chirurgica, con o senza chirurgia di riconversione del sesso. Questo equivale a dire che, tra tempi medici, della giustizia, delle liste d'attesa negli ospedali passano 4 – 6 anni come minimo. Nel video Cristian, che vive al maschile da 5 anni, non ha ancora potuto ottenere l'identità maschile, con i problemi che questo comporta. Attualmente alcuni giuristi stanno cercando, con la campagna un altro genere è possibile, di permettere il cambio del sesso e del nome anagrafico senza intervento chirurgico, ma resterebbero comunque i tempi tecnici, comunque di anni, in cui ci si trova a dover convivere con documenti difformi e con tutto quel che questo comporta.

AL COLLOQUIO

Passare” significa non avere tratti del proprio apparire che lascino pensare a chi ci è davanti che siamo transessuali. Ci sono persone che “passano”, tendenzialmente quelle che sono in terapia ormonale già da uno – due anni, ci sono persone che “non passano”, perché non sono ancora trascorsi i tempi tecnici o perché, in maggioranza capita alle MtF, nonostante la terapia ormonale vengono mantenuti tratti che fanno scattare il campanello d'allarme al datore di lavoro, anche in caso queste si siano già sottoposte all'RCS e quindi con i documenti corretti. È il caso di Barbara X, scrittrice, (potete vedere  l'intervista completa di cui ho inserito un estratto nel video), che ha dovuto inventarsi un lavoro, perché trovarne uno le era impossibile. Non esiste alcuna legge che pensi alla discriminazione che queste persone subiscono nella ricerca del lavoro e nella vita quotidiana. Nessuno pensa che la transfobia non sia altro che una barriera architettonica mentale molto diffusa, e che sia indispensabile abbatterla, perché ci siano pari opportunità per tutti.

Presentarsi ad un colloquio di lavoro con i documenti difformi significa partire già con uno stato d'animo ansioso: me li chiederanno subito? E se me li chiedono che faccio? Che dico?
Alcune persone, per eccesso di correttezza o perché mal consigliate, scrivono il nome anagrafico sul curriculum corredato da foto e dichiarazione di transessualità. Esperienza insegna che conviene omettere i particolari se si vuol presenziare ai colloqui.
Anche nascondendo il proprio status è possibile che i documenti li chiedano subito, per questioni burocratiche. Personalmente mi ci son trovata più volte e il colloquio assume una piega bizzarra: si finisce a parlare di transessualità e non di lavoro o competenze e l'immancabile “le faremo sapere” arriva troppo presto rispetto ai programmi immaginati.
Però capita anche di riuscire ad arrivare al colloquio, superarlo e poi vedersi chiedere i documenti quando l'assunzione è ormai intascata. Così ho avuto il mio lavoro di promoter. L'esaminatore non mi ha chiesto i documenti, ma lo ha fatto l'azienda inviandomi il contratto di collaborazione già corredato di tutte le giornate che dovevo svolgere in più punti vendita: ormai non avevano scuse.
Mi è anche capitato, dopo aver superato 3 colloqui per una grossa agenzia di previdenza che cercava assicuratori ed esser stata titolata come “la persona che stavamo cercando”, di essere costretta a fare coming out da “praticamente assunta” e di non essere più richiamata: la scusa per mandarmi via e non richiamarmi è stata che dovevano “verificare” che la discrepanza con i documenti mi permettesse l'iscrizione all'albo. Avrei potuto denunciare, andare in tribunale a raccontare quanto è successo e quindi chiedere di poter accedere al corso, al periodo di prova e all'eventuale assunzione quando avessi superato i primi due step. Anche avessi vinto, che clima ci sarebbe stato in azienda nei miei confronti se la decisione è stata di non prendermi in quanto transessuale? Quante possibilità avrei avuto di superare il corso e il periodo di prova e di essere poi assunta dati questi presupposti? E se non avessi vinto il ricorso? Avrei anche dovuto pagare le spese processuali?
C'è un'altra possibilità: lavorare in nero. Ho fatto la baby sitter e l'assistente anziani in questo modo. Nessuno chiede i documenti, nessuno sa che sei transessuale e l'accesso al lavoro ha lo stesso grado di difficoltà e di sfruttamento richiesto alle persone non transessuali.
Mi sono anche rivolta al centro per l'impiego, dove però mi hanno iscritta con il nome maschile, perché quello è il mio nome legale, dove non è stato possibile inserire da nessuna parte il nome che mi rappresenta, dove a causa dell'invio di una comunicazione mezzo posta che non è mai arrivata, essendoci sul campanello un nome diverso, sono stata cancellata dalle liste di disoccupazione.

CHI GIA' UN LAVORO CE L'HA
Io sono laureata in medicina veterinaria, ho svolto la libera professione per 3 anni prima della transizione, avevo il mio regolare timbro con su scritto nome e codice fiscale. Io sono cambiata ma il mio timbro non può cambiare. Ad ogni prescrizione o fattura dichiarerei la mia condizione di persona transessuale, dovrei firmare ogni singola prescrizione o certificato con un nome maschile. Dovrei avere solo clienti per i quali avere una veterinaria transessuale non è un problema e io curavo cavalli, ambiente in cui il solo essere donna è motivo di svalutazione.
Lavoravo a partita iva, essendo nei fatti dipendente, che è forse la peggiore situazione, perché non esiste alcun vincolo contrattuale, chi fa ufficialmente la libera professione è teoricamente un lavoratore non dipendente ma, quando nei fatti è subordinato, può essere cacciato da un momento all'altro senza alcuna spiegazione. Ho abbandonato il lavoro per motivi estranei alla transizione e credo avrei avuto buone possibilità di mantenere il lavoro, perché mi ero ormai conquistata un posto importante nella “gerarchia” della clinica dove lavoravo. Questo mi fa riflettere riguardo quanto la discriminazione aumenti tanto più si è alla base della gerarchia lavorativa: disoccupati, operai, commessi, lavoratori autonomi si trovano a pagare uno scotto più alto di chi ha conquistato posizioni occupazionali più specifiche e più difficilmente sostituibili.

Ci sono persone che, per paura di perdere il lavoro, vivono due vite, una sempre più improbabile vita coincidente a quella del sesso scritto sui documenti, quando si lavora, una vita da sé stessi quando non si lavora, con la costante paura di incrociare qualcuno che possa riconoscerci, qualcuno che possa dirlo all'azienda. A volte è l'azienda che impone questo diktat - mantieni il dressing code e il comportamento di genere che voglio io o te ne vai. Spesso le persone transessuali si trovano a dover accettare compromessi per mantenere il lavoro: una scrivania più defilata, presentarsi al lavoro con i panni congruenti al nome legale, anche se il risultato è grottesco, accettare turni più duri, paghe più basse, accettare di essere oggetto di scherno da parte di colleghi o persino dei superiori.

Chi lavora nelle forze dell'ordine sa bene che non si può fare coming out, pena il licenzamento, essendo la transessualità ancora classificata come patologia mentale e quindi motivo d'esclusione da compiti che richiedano l'uso di armi da fuoco.
Il caso di Stefania Pecchini, poliziotta transessuale di Milano, il giorno del coming out a lavoro è stato sottoposto dal comandante al prefetto, per capire se questo fosse motivo di esclusione dal lavoro. Trovando un prefetto di larghe vedute non ha avuto problemi a mantenere il suo posto.
Ad un poliziotto di Asti non è andata altrettanto bene, nel 2007 è stato visto in abiti femminili, durante il suo tempo libero, sottoposto ad azione disciplinare e licenziato, perché il suo comportamento esibizionista poteva arrecare disonore all'arma. Quest'anno è stato stabilita la revisione all'azione disciplinare, giudicata come abuso di potere, ma la persona, che oggi è in terapia ormonale, non è stata riammessa a lavoro.
Anita, napoletana, ex appuntato della Guardia di Finanza, al momento del coming out si è vista proporre il trasferimento, come civile, al Ministero delle Finanze, ma ha rifiutato e chiesto un risarcimento di un milione di euro per il licenziamento. In un video Anita messa in pensione anticipata per "inabilità al servizio militare" spiega che alle persone transessuali è vietato l'accesso ai concorsi militari, quindi hanno applicato questa regola in modo retroattivo, pur essendo in servizio da 22 anni.

MOBBING
Il sopracitato d.lgs. 216/2003 contro le discriminazioni per orientamento sessuale esteso anche alle persone transgender, è rivolto a chi ritiene di essere discriminato sul lavoro, che può quindi rivolgersi al giudice perché quest’ultimo faccia cessare il comportamento discriminatorio. Sta al datore di lavoro dimostrare che non è così. Nel caso in cui il Giudice riconosca che un lavoratore LGBT è stato discriminato in ragione del suo orientamento sessuale o della sua identità di genere ordina la cessazione del comportamento, della condotta o dell’atto discriminatorio e, se sussistenti, la rimozione degli effetti. Il Giudice, se richiesto può anche condannare il datore di lavoro al risarcimento del danno anche non patrimoniale, e per impedire che la discriminazione venga ripetuta può anche ordinare un piano di rimozione delle discriminazioni accertate.

Una persona transessuale che si trova sottoposta a mobbing deve prima di tutto sopportare, perché per la legge italiana il mobbing è tale se dura almeno sei mesi. Parlando di persone transessuali bisogna sottolineare che chi transita è quasi sempre sottoposto a forti pressioni perché gli affetti, famiglia ed amici, devono elaborare ed accettare la nuova situazione, si inizia a vivere nei panni desiderati prima che gli ormoni arrivino al loro massimo effetto (2 – 3 anni di trattamento), quindi si è più soggetti ad episodi di transfobia perché l'aspetto può essere androgino. Proprio in questo periodo di forte stress emotivo si deve anche sopportare il mobbing. Trascorsi sei mesi, dati alla mano, la persona mobbizzata può denunciare il datore di lavoro o i colleghi di lavoro ed avviare un procedimento durante il quale sta alla parte accusata dimostrare di non aver discriminato il lavoratore. Il giudice dovrebbe rimuovere la causa del mobbing ed eventualmente stabilire un risarcimento danni per la persona transessuale, ma gli avvocati lamentano che non ci sono denunce di discriminazioni sui luoghi di lavoro fatte da persone transessuali. Perché?
In Italia la maggioranza delle aziende sono medio piccole ed è proprio il datore di lavoro il primo a discriminare. Il datore di lavoro spesso semplicemente non rinnova il contratto o con la scusa della crisi manda a casa la persona più scomoda. Anche qualora ci fossero palesi segni di discriminazione affrontare un procedimento giudiziario, con tutto lo stress che comporta in un periodo già di per sé stressante, la paura di perdere la causa, il peso di affrontare un'altra causa, oltre quella per l'autorizzazione all'intevento e, magari, a quella di separazione, la certezza di dover comunque cercare un altro lavoro fanno desistere. Sul posto di lavoro la persona transessuale deve sopportare, essere la migliore per essere trattata da mediocre, perché al primo errore, con la prima scusa sa di poter essere cacciata e pur di mantenere il lavoro si è disposti a perdere qualche diritto, a fare qualche ora in più, perché il percorso costa ed è per la transizione che si rischia di finire in mezzo ad una strada.

ALL'UNIVERSITÀ
L'età media di transizione, che oggi si aggira attorno i 40 anni, sta calando perché sempre più giovani hanno gli strumenti che fino a pochi anni fa non c'erano per informarsi, capirsi e trovare esperti competenti che aiutino a fare chiarezza. Giovani che spesso studiano, anche minori, spesso con storie di bullismo alle spalle, che non sopportano l'idea di poter affrontare una transizione sociale a scuola e che per questo motivo abbandonano gli studi. Nelle università, grazie ad alcune associazioni e studenti è stato introdotto il doppio libretto, un'identità universitaria con il nome scelto dalla persona trans che permette di non doversi ogni giorno scontrare con outing continui: ci sono gli appelli agli esami, ci sono appelli di presenza e fogli firme che girano tra i banchi dove tutti leggono nome e cognome. Senza il cambio di nome in università è impossibile nascondere la propria condizione di persona transessuale e quindi evitare la transfobia di compagni di corso ed esaminatori.

IN CARCERE
Il carcere è un ambiente estremamente rigido per quanto riguarda la divisione di genere. Ci sono reparti per uomini, reparti per donne. L'Italia non si è ancora chiesta che ne dovrebbe essere delle persone transessuali. Chi finisce più spesso in carcere (o, peggio, nei CIE) sono le transessuali MtF, spesso straniere, spesso prostitute, che compiono piccoli reati.
In carcere non sono garantiti l'accesso ad abiti adeguati, al make up e la continuazione della terapia ormonale, perché le straniere spesso non si riferiscono alla sanità italiana ma al fai da te, quindi mancano di quella autorizzazione che permetterebbe di somministrare ormoni cross sex. Il personale carcerario non ha una formazione adeguata per rapportarsi alle persone transessuali, che sempre più spesso vengono relegate a zone d'isolamento, perché é più facile metterle in una scatola isolata piuttosto che educare la popolazione carceraria, è più facile ritenere problema la transessualità di una minoranza piuttosto che la non educazione della maggioranza. Frequentemente alle transessuali detenute sono concesse ora d'aria e uso degli spazi comuni in momenti diversi da quelli degli altri detenuti e, proprio per questo motivo, spesso, non è loro garantita nemmeno la possibilità di accedere all'istruzione, ai corsi di formazione e ai lavori carcerari, rendendo di fatto le carceri non luogo di rieducazione, ma luogo di punizione ancor più dura per chi è portatore di diversità.

DIVERSITÀ LAVORO
Esiste un progetto di imprenditoria sociale, diversità lavoro, dedicato a persone con disabilità e iscritte alle categorie protette, persone di origine straniera e persone transgender.
Ad oggi, 25 giugno 2014, ci sono 31 annunci di lavoro pubblicati, tutti da grandi multinazionali che avrebbero la possibilità di assumere numerose persone. Tolti 3 stage e 2 proposte riguardanti uno specialista Apple e un operatore customer services, tutte le ricerche sono rivolte a persone con alta e specifica formazione, difficilmente compatibile con il profilo medio di una persona transessuale. 

Qualche esempio:

Junior Credit Risk Management: candidati ideali sono neolaureati con ottimi voti (minimo 105/110) alla specialistica in Economia o Finanza e con età non superiore a 25 anni.

Foster Wheeler - Cerca Designer Ricerchiamo giovani con laurea triennale o diploma tecnico da inserire nell'area dell'Ingegneria nei ruoli di Civil Designer, Electrical Designer, Piping Designer.

Allianz Attuario Junior: Laurea in Matematica, Fisica o Scienze Statistiche ed Attuariali

Commerciale interno Enti Pubblici: l/la candidato/a ideale, in possesso di una laurea preferibilmente in materie giuridiche, ha già maturato una breve esperienza all’interno della pubblica amministrazione o in ambito legale.

Michelin: Laureata/o preferibilmente con indirizzo Marketing

Mapei: Tecnico di Laboratorio Laurea triennale in Chimica

Ad oggi non esistono reali progetti di inserimento per persone transessuali. Mi è capitato di parlare con una selezionatrice del Leroy Merlin durante un career forum, quando l'azienda era tra le aderenti al progetto diversità lavoro e non sapeva nemmeno di cosa si trattasse. Non è prevista formazione riguardo le diversità all'interno delle multinazionali aderenti al progetto.
I centri per l'impiego, che dovrebbero essere il primo luogo dove recarsi in caso di disoccupazione, sono impreparati riguardo la transessualità, che è cosa che non li riguarda mentre compilano i moduli con i dati anagrafici. Chissà se si domandano se la genderizzazione del lavoro italiana può essere un problema per noi. Persino sul sito di diversità lavoro, che dovrebbe essere attento alle tematiche di genere compare un annuncio di “ricerca addettA alla segreteria”, i datori di lavoro sono abituati ad attribuire posti di lavoro con criteri sessisti, quindi il curriculum di una donna transessuale, per il centro per l'impiego uomo, potrebbe essere consultato per la ricerca di carpentieri o idraulici, viceversa, quello di un ragazzo FtM per la ricerca di badanti, segretarie o commesse, rigorosamente di bella presenza. Comunque il problema non si pone, non conosco nessuna persona transessuale che è stata chiamata da un centro per l'impiego per una qualsiasi proposta di lavoro.
Mi fa, però, sorridere il bando UNAR dello scorso dicembre, dedicato alla creazione sportelli per l'informazione, il counceling e il sostegno per persone transgender, che richiedeva servizio di accompagnamento presso strutture sanitarie e centri per l'impiego. Si manda un esperto a litigare con gli addetti agli sportelli piuttosto che fare formazione per l'accettazione delle diversità? O forse pensano che non sappiamo come funzionano ospedali e centri per l'impiego, per cui applicano le stesse prassi usate per i profughi, che hanno bisogno sia di interpreti che di capire come funzionano le cose in Italia? O forse è solo un ulteriore servizio pensato per quella fetta di transessuali straniere che si prostituiscono e che non vogliono vedere per strada?

Non a caso ho deciso di includere quel breve intervento di Francesca Eugenia Busdraghi, attivista che ha sempre messo il lavoro come prima necessità per le persone transessuali. Francesca proponeva sgravi fiscali per chi assume una persona transessuale, cosa che, in pratica, viene fatta di già con giovani, persone disoccupate da 24 mesi, lavoratori in mobilità, ex detenuti. Lo sgravio fiscale è una misura tampone che vuole mettere un tappo ad una situazione d'emergenza.
Altra misura che può essere d'emergenza è l'inserimento nelle categorie protette, che elenca ad oggi, oltre agli Invalidi, vedove ed orfani di coloro che siano deceduti per causa di lavoro, di guerra o di servizio e profughi italiani rimpatriati, cioè persone che improvvisamente si sono trovate senza reddito. Verso proposte come queste è sempre stato eretto un muro da parte di chi dice di voler proteggere le persone transessuali perché creare diversità di trattamento, tutele particolari (proteggere una categoria discriminata per come la vedo io!), significa chiamarle diverse e toglierle dalla schiera dei normali. Bisogna fare cultura, dicono! E allora, mi chiedo io, dov'è la cultura riguardante lavoro e persone transessuali in Italia? Perché nel Regno Unito vengono fatte periodiche statistiche sulla popolazione transessuale, sono state create nuove leggi e prassi, implementate se ritenute insufficienti, mentre in Italia non sappiamo nemmeno qual'è il tasso di disoccupazione delle persone transessuali nel 2014?

Cito un tratto della prefazione della strategia per l'equità di trattamento per le persone transgender inglese, del 2011, che pone l'attenzione sulle barriere che impediscono alle persone transgender (e non LGBT), di accedere all'istruzione, al lavoro, al servizio sanitario: “questa è l'era in cui consegnamo la transfobia al passato, per costruire una forte, moderna e giusta Inghilterra per tutti”.

Quanto è utile alle persone transessuali una legge contro la transfobia se non sappiamo chi sono le persone transessuali, quali problemi hanno, quali ostacoli trovano? Come possiamo creare una società di eguali se continuiamo a concentrarci sulle persone discriminate invece che sulle barriere mentali e materiali che impediscono le pari opportunità per tutti i cittadini? È più transfobico un datore di lavoro ignorante o un sistema che preferisce non rilevare il problema piuttosto che copiare da altri stati che hanno già sperimentato ottime prassi di inclusione?

leggi su intersexioni

Il DDL405 non affronta il tema lavoro, ma la misura che prevede la possibilità di avere documenti coerenti con il proprio aspetto, quando la persona direttamente interessata lo ritiene opportuno, aiuterebbe molte persone ad inserirsi più facilmente nei contesti lavorativi



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martedì 10 giugno 2014

La condizione Trans in Italia Oggi.



Di seguito quanto avrei detto alla tavola rotonda del 5 giugno al Pride Park se la modalità l'avesse consentito*:

Il motto del Roma pride di quest'anno è “ci vediamo fuori” e io vorrei aprire il mio  breve intervento citando alcuni tratti dal primo editoriale del FUORI!, rivista dell'omonimo collettivo, acronimo di Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, che vide la luce nel 1971.

Siamo usciti fuori, ma ad una condizione, fondamentale, autenticamente rivoluzionaria: siamo usciti con la pretesa di essere noi stessi, con la volontà di ritrovare la nostra vitale identità in strutture in cui l'altro ha assorbito, modificato, reificato qualsiasi possibilità espressiva del sé. E di colpo, senza soluzioni intermedie, senza tappe in momenti o verifiche riformiste, abbiamo scoperto in noi il diritto alla vita, che è prima di tutto il diritto al nostro corpo”.
[..] Abbiamo proclamato il diritto a parlare di noi e noi soltanto di omosessualità. E abbiamo finalmente capito che la nostra “anormalità” è un privilegio nel momento stesso in cui, scopertene le radici nell'oppressione generalizzata, ci ha permesso l'acquisizione immediata di una coscienza che va ben al di la del problema omosessuale.
[..] L'omosessuale, no, non ha ruoli gratificanti: è omosessuale e basta. Il professore è compentente, sempre. Il professore omosessuale travia i ragazzi. L'etichetta degli altri assorbe tutto, qualunque ruolo dell'omosessuale è assorbito dalla sua omosessualità.
[..] La mediazione culturale per l'omosessuale risulta così paurosamente e totalmente nulla poiché si traduce nella ricerca di approvazione da parte di quello stesso establishment che ha creato e che mantiene le condizioni oppressive e non può essere altrimenti: chi ha urgenze vitali proprie ma ne richiede la soluzione ad altri, ai competenti, confessa la sua paura ed accetta implicitamente la sua condizione di inferiorità.

Oggi la persona transessuale è prima di tutto “utente”, che si rivolge a strutture convenzionate e psicologi e psichiatri per avviare il percorso di transizione. Poi diventa “assistitito” di un qualche avvocato che dovrà accompagnarla a più udienze per le istanze di autorizzazione all'intevento chirurgico o di rettifica dei dati anagrafici. Poi è "paziente” di medici chirurghi ed endocrinologi non sempre sufficientemente competenti.
In tanti parlano al posto della persona soggetto della transizione: psicologi, giuristi, avvocati, endocrinologi, chirurghi, giornalisti, ma nei fatti le persone transessuali che parlano di sé, come ai tempi dell'editoriale del FUORI! sono pochissime e sono pochissime perché oggi, in Italia, dirsi transessuale significa perdere il lavoro, non riuscire a trovare una casa in affitto, rischiare di perdere gli affetti, venire additati, essere sottoposti a mobbing, dover essere i migliori per essere trattat* come i mediocri. Oggi, in Italia a denunciare lo stato di transessualità delle persone è lo stato stesso, che nega la possibilità di cambiare i documenti quando la persona lo desidera e che costringe ad anni di inevitabile stigma, che ormai fa parte di quella moderna via crucis, fatta di stazioni predeterminate scandite da perizie, sentenze e liste d'attesa, che porteranno alla rinascita della persona nei panni dell'altro sesso.

La condizione delle persone transessuali in Italia oggi è di persone oppresse ed io ho ho deciso di sostenere il disegno di legge 405 con una petizione e con una pagina web, disegnodilegge405.blogspot.it, spazio aperto ai contributi di tutt*, perché questo DDL si prefigge lo scopo di eliminare le due più grandi oppressioni che colpiscono le persone transessuali ed intersessuali: l'impossibilità di autodeterminarsi nel nome e nel sesso scegliendone uno coerente al proprio aspetto ed il mancato divieto di intervenire chirurgicamente sul sesso dei bambini neonati nati con genitali atipici.

Il documento politico del pride cita donne, migranti, diversamente abili, lavoratori precari e sfruttati, Rom, credenti di minoranze religiose, giovani e studenti quali soggetti che più facilmente rischiano di essere discriminat*, specialmente nel mondo del lavoro e soprattutto in questo periodo, perché nei periodi di crisi i “lavoratori desiderabili” abbondano. Le persone transessuali, per prime, sono vittime di pluridiscriminazioni, specie se appartengono anche ad una delle sopracitate categorie, faticano a trovare lavoro, sono costrette ad accettare lavori poco desiderabili o a condizioni inaccettabili, faticano a trovare una casa o a terminare gli studi, stentano ad inserirsi nel contesto sociale e politico, non avendo alcuna legge che le tuteli. 

Sempre sul FUORI! possiamo leggere: Nei fatti la libertà che ci garantisce la legge è la libertà di essere degli esclusi, degli oppressi, dei repressi, dei derisi, degli oggetti di violenza morale e spesso fisica”citazione tremendamente attuale per tutte le persone gender non conforming.

La possibilità di cambiare identità quando lo si ritiene opportuno significherebbe non dover dare spiegazioni ogni volta che ci si trova a mostrare un documento, significa poter trovare un lavoro con la stessa difficoltà degli altri, significa poter emettere fatture senza doversi giustificare, significa poter considerare l'idea di tenersi quel corpo che la legge vuole veder adeguato a canoni sessisti così com'è, significa iniziare a parlare della transizione come percorso di liberazione da maschio o femmina a sé stess* e non come passaggio da un sesso all'altro, senza che ci sia obbligo di sottoporsi a terapie ormonali o chirurgiche.

Finché sarà lo stato a denunciarci come transessuali ogni volta che mostriamo un documento, permettendo alle persone transfobiche di indentificarci ed escluderci, finché non ci sarà alcuna legge a tutela delle persone trans* che "non passano" e finché le persone intersessuali saranno operate coattivamente ai genitali saremo tutt* più concentrat* a condurre un viaggio verso l'inivisibilizzazione che verso la liberazione.



Dedicato a:

Vittoria, che anche se prossima alla laurea, sta lottando per introdurre il doppio libretto nell'ateneo Catanese;

Giulia, che nonostante vivesse già al femminile da tempo ha dovuto aspettare due anni per avere il nullaosta della psicologa alla terapia ormonale;

Laura, Leda, Alessandra vittime di mobbing sul lavoro;

Lele, Eleonora, Elena in causa con chirurghi per negligenze durante gli interventi;

Elisa, Andreas, Arianna che nonostante gli sforzi non riescono a trovare lavoro;

Barbara, che non trovando lavoro vive autoproducendo i libri che scrive;

Valentina e Matteo, che aspettano il posto fisso per iniziare la transizione;

Gabrielle, che ha preferito trasferirsi in Inghilterra;

Enrico, che si è visto allungare i tempi in tribunale perché il CTU si è rifiutato di lavorare in gratuito patrocinio;

Aurora e Samantha, che dopo anni di bullismo devono ritrovare fiducia in questa società per poter ricominciare a vivere.

A tutti quell* che sono usciti fuori o lo faranno presto. 

Allo spirito partigiano, che 70 anni fa liberò Roma, senza aver aspettato "favorevoli condizioni politiche" per schierarsi dalla parte degli oppressi.



Firma la petizione  http://goo.gl/BFjLxD


* la tavola rotonda è stata scandita da domande molto dirette, quindi tutt* hanno risposto alle domande, magari divagando un po', senza fare un vero e proprio discorso. I concetti qui esposti sono comunque più o meno tutti stati toccati dal mio intervento o da quell* di altr* presenti, ma tenevo comunque, qui sul blog, ad esporre il ragionamento per come l'avevo pensato.

mercoledì 30 aprile 2014

Sono Vittoria, Sono Io, Malgrado Questo Stato

Vittoria, intervistata da Marco Benanti, spiega come i documenti al maschile siano un ostacolo nella vita di tutti i giorni: quando incontra le forze dell'ordine, all'università, nel tempo libero.


Firma la petizione http://goo.gl/BFjLxD

domenica 20 aprile 2014

viviamo in un medioevo mentale senza speranza



Barbara X, scrittrice* parla di omotransfobia in un'interessante intervista. Barbara vive grazie ai suoi libri, che vi invito a leggere. In una società che fatica a dare lavoro a persone come noi, non ci resta che la determinazione a farci resistere convivendo e contrastando la società che ci vorrebbe ai margini.


Le leggi dello stato dovrebbero servire anche a cambiare la società, a renderla inclusiva e ad abbracciare tutte le diversità. Anche per questo vi invito a firmare la petizione che ho lanciato:  http://goo.gl/BFjLxD



* E' un'idea che ho avuto nell'estate del 2011, per aiutarmi, e sono riuscita a realizzare queste cinque autoproduzioni raccogliendo il materiale ideato e composto nell'arco di più di mezza vita. I DIY RESISTANCE (do it yourself resistance) sono la materializzazione di un'utopia. Significano scrivere senza essere soggetti ad alcuna legge. I DIY RESISTANCE sono i libri fuori dal mercato, i miei libri, sono letteratura veramente libera e antagonista, autoprodotta e autogestita, che rifugge per ovvie ragioni l’ignominia autoritaria dell’industria culturale. Le pagine dei DIY RESISTANCE sono in carta ecologica riciclata al 100% e sbiancata senza cloro.

Da: Diario di un ragazzo trans FtM



Quel che racconta Andrea è il quotidiano di tutte le persone transessuali. Andrea è molto positivo quando parla di due anni per poter cambiare i documenti, in realtà ne passano almeno 5 o 6: servono un'istanza per autorizzare il chirurgo ad operare, poi bisogna iscriversi ad una lista d'attesa per potersi sottoporre all'intervento (iscrizione possibile solo quando la sentenza è passata in giudicato!). Successivamente bisogna tornare dal giudice che deve controllare che l'operazione sia stata effettivamente eseguita e, solo a quel punto, il giudice dispone il cambio di documenti, cosa che poi dipende dai tempi della pubblica amministrazione (c'è chi ha dovuto aspettare anche più di un anno tra la seconda sentenza e il cambio effettivo dei documenti). 
Le sentenze senza l'operazione chirurgica di sterilizzazione che cita Andrea, ad oggi, sono almeno 5. Ma in ognuna di esse è sottolineata l'impossibilità di procreare dovuta alla terapia ormonale (vedi Scambieresti i tuoi documenti con la possibilità di procreare?)

Il ddl405 decreterebbe la possibilità di cambiare i dati anagrafici con un rapido procedimento amministrativo, indipendente da qualsiasi sentenza ed intervento chirurgico. Firma la petizione http://goo.gl/BFjLxD

venerdì 18 aprile 2014

UniCT, bilancio a fine campagna di sensibilizzazione



Vittoria ha concluso il suo tour nell'università catanese per sensibilizzare chi frequenta l'ateneo riguardo la nostra campagna. In questo video e nell'intervista che segue ci racconta come è andata.

Meglio omofobi che progressisti. Questo, in estrema sintesi, il ritratto degli universitari intervistati su questioni relative all’orientamento sessuale e l’identità di genere. A condurre il sondaggio Vittoria, giovane studentessa e attivista per i diritti transgender. «Non è cattiveria, ma sono ignoranti». Una condizione che, purtroppo, porta ad aspetti da non sottovalutare: «La violenza nasce dall’ignoranza»
«Gli adulti mi sono sembrati più aperti, mentre ho trovato un’arretratezza incredibile nelle opinioni dei ragazzi. Un paradosso». Vittoria, studentessa laureanda del dipartimento di Studi umanistici etneo e attivista per i diritti transgender, sta conducendo in queste settimane una campagna di sensibilizzazione per sostenere la possibilità di modificare le informazioni sui documenti ufficiali. Nel suo tour tra i dipartimenti etnei – per il momento ha visitato quelli del centro, la prossima settimana toccherà alla Cittadella – ha intervistato circa cento studenti, chiedendo le definizioni di orientamento sessuale e identità di genere. «Solo un ragazzo, di Economia, ha risposto correttamente. Molti non sapevano nemmeno di cosa stessimo parlando», racconta.
Quelle fornite dai giovani dell’ateneo catanese sono risposte «bigotte», che sembrano mostrare confusione in questioni affrontate a volte con cipiglio da moralizzatori. «Ho chiesto a un ragazzo se fosse favorevole al matrimonio gay e mi ha risposto di essere contrario perché la Chiesa non lo permette. Per provocarlo, gli ho chiesto se faccia sesso». Alla risposta affermativa, con conferma di relativo uso di contraccettivi, la spiegazione riportata da Vittoria lascia perplessi. «Mi ha detto: “So che non posso resistere, ma poi me ne pento”».
Dopo la sua campagna, alcuni degli studenti che avevano promesso di firmare la petizione online lanciata dalla toscana Michela Angelini hanno in effetti mantenuto il proposito. Nel suo sondaggio – condotto a titolo personale, ma sostenuto dal gruppo Queer as Unict e da Arcigay Catania - la studentessa ha sentito il parere anche di docenti e di persone al di fuori del mondo accademico. E molto spesso le loro posizioni sono sembrate meno rigide di quelle dei più giovani. Assieme alla petizione relativa ai documenti, la studentessa porta avanti una proposta per un doppio libretto universitario, uno con nome e genere anagrafici e l’altro modificato. «Qualcuno mi ha anche domandato per quale motivo chiedessi dei privilegi non concessi agli etero», racconta Vittoria ancora infastidita. «Non è cattiveria – analizza – ma sono ignoranti». Una condizione che, purtroppo, porta ad aspetti da non sottovalutare. «La violenza nasce dall’ignoranza».
Un tema talmente naturale, quello relativo alla sessualità, che dovrebbe essere maggiormente conosciuto, spiega la studentessa che proprio tra i suoi colleghi pensava di trovare più apertura. «Si avvicinano timorosi, hanno paura di essere giudicati, temono il giudizio degli altri». Meglio passare per omofobi che per progressisti, dunque. «Ma bisogna essere aperti a tutti i diritti umani», conclude Vittoria con un sospiro non di rassegnazione.

Firma la petizione http://goo.gl/BFjLxD

mercoledì 16 aprile 2014

Nicole Braida parla di Intersessualità

Nicole Braida, compagna del collettivo intersexioni, parla di  intersessualità ad Oltre Le Differenze ~ Il mondo lgbtq su Antenna Radio Esse





Firma la petizione http://goo.gl/BFjLxD

lunedì 7 aprile 2014

Quando finiamo in ospedale: video-intervista

Questa intervista chiarisce come la dignità di Maria (nome fittizio) sia stata rispettata solo perché le associazioni si sono attivate e hanno permesso di GESTIRE L'EMERGENZA e grazie anche ai compagni di stanza, che ancora una volta dimostrano che la popolazione è più avanti dei politici.



Il disegno di legge 405, che permetterebbe la correzione dei dati anagrafici da quando la persona interessata ha il bisogno di viversi con l'identità scelta, ridurrebbe del 90% i problemi durante i ricoveri ospedalieri, perché la divisione viene fatta in base ai documenti e quando una persona è auto-sufficiente non viene denudata davanti gli altri ricoverati. Restano i casi di incoscenza di chi viene ricoverato, ma lo stesso disegno di legge prevede anche formazione del personale sanitario, che deve sapere come comportarsi quando ha davanti una persona transessuale allo stesso modo di quando si trova a dover assistere una persona con qualsiasi altra diversità fisica.

Per questo rinnovo l'invito a firmare la nostra petizione.

Un Grazie speciale a Daniela e Rosa.

Firma la petizione  http://goo.gl/BFjLxD

venerdì 28 marzo 2014

Leonardo: perché sul documento c'è una F

ci scrive Leonardo:

Mi chiamo Leonardo e sono un ragazzo transessuale di 30 anni.Ero proprietario di un bar, ma l'ho chiuso ad agosto del 2013 a causa della crisi e ingenuamente pensavo sarebbe stato facile trovare un lavoro con la mia esperienza e le mie credenziali ma non è stato così! Ad ogni colloquio i datori di lavoro rimanevano estasiati dal mio curriculum,ma nel momento in cui, per onestà e costrizione, dichiaravo che i miei dati anagrafici non corrispondevano al mio aspetto, la risposta era sempre la stessa cantilena "le faremo sapere". Ora sono 6 mesi che non lavoro e nonostante la crisi avrei trovato un posto..
il direttore è a conoscenza della mia situazione e non ha fatto problemi, ma il problema c'è.. quest'azienda assume solo uomini come magazzinieri ed io su carta non lo sono ancora.. per quanto possa venirmi incontro il direttore della filiale, nel momento in cui provasse ad assumermi, la direzione generale respingerebbe la mia candidatura al posto di magazziniere perché sul documento c'è una F!! Avevo pensato di partire e andare all'estero ma poi?? Ho la barba, il vocione da uomo, l'aspetto di un uomo ma c'è scritto che non lo sono, quindi avrei gli stessi problemi che ho qui in Italia, anzi forse ne avrei di più ! All'aeroporto ,in un qualsiasi ufficio,stando sempre a spiegare,qui invece nonostante tutto vivendo in un piccolo paese posso ritenermi abbastanza fortunato...vado in banca ,vado alla posta,vado in comune e fortunatamente nessuno mi chiede nulla!Ma ieri sera di rientro a casa vengo fermato dai carabinieri, non della mia zona, e mi è stato intimato di portarmi in caserma in quanto andassi in giro con una patente rubata,e li ho dovuto dare spiegazioni su di me.. avrei preferito essere portato in caserma piuttosto che sentirmi come fossi un minorato! Ero da multa, avevo eseguito un sorpasso dove non avrei dovuto, andavo oltre il limite di velocità, non avevo la cinta.. ma dopo aver spiegato per quale motivo i miei dati non coincidevano col mio aspetto mia hanno dato una pacca sulla spalla e mi hanno mandato a casa! (Leonardo)


 Ovviamente nessuno può rifiutare un lavoratore in base al sesso.. non può ma può decidere che non sei idoneo. Puoi fargli causa, sta a loro dimostrare che il motivo della non assunzione è un altro. Ne vale la pena? Soldi spesi per una causa verso un'azienda che, anche dovessi vincere, potrebbe benissimo farti passare un periodo di prova insostenibile, mobbing e licenziamento alla prima scusa buona. Conviene?
All'estero, in alcuni paesi, gli italiani transessuali vengono accolti come persone che hanno diritto all'identità che desiderano, a Leonardo basterebbe firmare qualche modulo e avrebbe i documenti corretti. Ma nemmeno questo è facile. Servono soldi per migrare.

Leonardo è stato fortunato con i carabilieri che lo hanno fermato. Molte altre persone transessuali ci finiscono in caserma. Molte persone transessuali vengono prese in giro dalle pattuglie. Nei rapporti di potere siamo sempre svantaggiate e, spesso, il motivo è quel documento che, nel caso di Leonardo, porta su scritta una F.

Firma la petizione http://goo.gl/BFjLxD





giovedì 27 marzo 2014

Gianluca: una società accogliente produrrà persone in armonia

Io penso che questo disegno di legge vada così avanti che approvandolo sorpasserebbe a sinistra altri percorsi fermi al palo. Pensateci: potrebbero esserci matrimoni ex etero divenuti omosessuali nei quali un coniuge è trans mentre ancora due "semplici" omosessuali non hanno il diritto di sposarsi. Bene io sto dalla parte di questo disegno, dalla parte dei diritti LGBT, dei matrimoni omosessuali, del concetto preziosissimo secondo il quale non è un organo genitale sufficiente a stabilire il genere di una persona.  
Io sono per togliere tutti gli ostacoli che impediscono ad un essere umano di vivere secondo la propria natura che è spesso imprevedibile ed imperscrutabile dunque refrattaria a leggi omologanti. 
Grazie ad Atopos [NDR - compagnia teatrale]ho potuto conoscere tante storie di persone in transizione e ciò che mi ha addolorato finora maggiormente - badate bene non è pietismo del quale le persone trans non sanno giustamente che farsene - è il pensiero che un essere umano per essere coerente alla propria natura debba compiere su se stesso un atto brutale come la sterilizzazione. Le pratiche di sterilizzazione barbare che ancora in qualche parte del mondo si verificano sono combattute in nome dei diritti universali degli uomini e delle donne. Che perversione è quella attuale di imporre una sterilizzazione alle persone trans? 
Dunque plauso a questo disegno, che a mio avviso va solo integrato includendo altri diritti che liberino gli individui consentendo di unirsi e procrearsi come sentono di volere fare. Sarà il tempo e la realtà a dimostrare che i figli di questi amori cresceranno sereni o "incasinati" tanto quanto gli altri. Io penso che cresceranno più liberi perché noi ci comportiamo in risposta all'ambiente in cui cresciamo. Una società liberticida produrrà persone in lotta con le costrizioni interiori ed esteriori, una società accogliente produrrà persone in armonia, questo non stento a crederlo. (Gianluca)

mercoledì 26 marzo 2014

Viola: per non far calpestare la nostra dignità

Ci scrive Viola:
Prima del fatidico istante in cui dovrai esibire il tuo documento, speri che dopo averlo visto continuino a chiamarti Signora.
A volte trovi persone aperte ed empatiche, le quali capiscono di avere davanti a se una donna nonostante i documenti dicano altro, quindi non cambiano il loro modo di porsi.

Del resto, quando ti trovi davanti una persona con i capelli lunghi, che porta il trucco e indossa abiti femminili, avendo fatto la terapia ormonale è così anche il suo corpo, non ci sono ragionevoli motivi per avere dubbi riguardo il genere cui appartiene.
Ma purtroppo parecchie persone non sono dello stesso avviso, dato che dopo aver visto i tuoi documenti iniziano a chiamarti al maschile.
Chiedere documenti che ci rappresentino, non è un vezzo capriccioso... negarci questo diritto equivale a calpestare la nostra dignità (Viola).
 I documenti sono ufficiali. I documenti legittimano. Quando mostriamo i nostri documenti, quando sottoscriviamo un modulo, questi legittimano chi ci è di fronte ad usare i pronomi sbagliati, a trattarci in modo diverso. 

I documenti corretti, come dice Viola, non sono un vezzo ma una necessità, un pezzo di carta che ci dà dignità, che legittima la nostra condizione, che fa capire a quella persona che ispeziona i nostri documenti che lo stato è con noi e ci protegge.Anche qualora questa persona pensasse di aver davanti una persona transessuale, dar sfogo alla propria transfobia sarebbe più difficile.

Condividete la vostra storia  e i vostri pensieri con noi all'inidirizzo: disegnodilegge405@gmail.com

martedì 25 marzo 2014

padre e figlio

Dai commenti alla petizione:

 


Perché sono anche io un ragazzo FtM
che ancora deve affrontare tutte le 
questioni burocratiche
(Vala, figlio di Paolo).








perchè mio figlio è un FtM ma non solo
per questo motivo, il motivo principale
è che le persone che si trovano in una
condizione di debolezza devono essere
aiutate. Cerchiamo di essere umani,
non carnefici! (Paolo, padre di Vala)





 Firma la petizione! http://goo.gl/BFjLxD

Irene: Mia nonna diceva "Bisogna sempre pensare alle conseguenze"


Sono entusiasta delle possibilità che si aprirebbe a livello sociale!
Mia nonna lo diceva: "Bisogna sempre pensare alle conseguenze".
Vivremmo in uno Stato che riconosce Donne anche coloro che "detengono" il fallo, e Uomini anche coloro che "detengono" la vagina.
Niente male!
Soprattutto in considerazione del fatto che, fino ad ora, avere tra le gambe un fallo o una vagina sancisce delle differenze concrete non solo in termini fisici ma (e soprattutto diciamocelo) in termini sociali!
Sono una Donna, nata femmina, cresciuta "incasinata" come tutti, e che oggi si riconosce come Donna... ampia.
Così ampia da comprendere anche quella parte "maschia" presente in tutti gli esseri umani al di là degli organi genitali. Mi convinco ogni giorno di più della bellezza del pensiero prodotto da Mario Mieli per cui: un principio di transgenderismo è presente in ognuno di noi.
Le persone transessuali e transgender incarnano, rendono visibile, vivono in modo evidente questa magnifica (e contemporaneamente complicata) condizione che ci riguarda tutti, in percentuali diverse.
Se, grazie anche a un DDL come questo, si potesse togliere agli uomini la "proprietà privata" del fallo, e alle donne la "proprietà privata" della vagina, gli organi genitali riacquisterebbero la loro naturale funzione... di liberare il corpo da sostanze in esubero e di produrre piacere condiviso, o solitario! Non verrebbero caricati di altri valori, culturali e sociali che non devono avere, perché portano a conseguenze ingiuste sia per gli uomini che per le donne, che per le persone trans!
Un essere umano è fatto da tante cose oltre ai genitali, che anche di fronte a grosse cifre in termini di centimetri, ricoprono una percentuale di corpo irrisoria rispetto a cuore, cervello, sangue che pulsa, lunghezza di coscia ecc.ecc... o no?
Per quel che concerne il matrimonio...e beh!
Auguri, e figli a volontà questo vi auguro!!!;-)
Per quel che concerne l'intersessualità...e beh!
Sarebbe la prima volta che intonerei un Halleluya urlando al cielo che è una legge "SACRO-SANTA"!! (Irene)
  Firma la petizione! http://goo.gl/BFjLxD